Rivendere su Amazon prodotti di marchi che non sono tuoi è un mestiere diverso dal vendere un marchio proprio. La scheda è condivisa con altri venditori, quindi non si vince con i contenuti ma con l’offerta: prezzo, scorte, tempi di consegna e salute dell’account. Servono le fatture giuste per sbloccare marchi e categorie, un repricing con una soglia di margine per ASIN e zero reclami di autenticità.
Chi gestisce un account retail multimarca arriva quasi sempre dalla stessa strada: un negozio fisico o un grossista che porta online un catalogo già esistente, con centinaia di referenze di decine di marchi. Nelle analisi che facciamo su questi account l’errore più frequente non è il prezzo troppo alto: è il repricing impostato senza una soglia di margine per ASIN. Il prezzo scende, l’offerta in evidenza si prende, e dopo commissioni, logistica e resi quella vendita è in perdita.
In un’analisi di marzo 2026 su un account retail multimarca italiano abbiamo trovato il 38% delle recensioni a una stella: un account che vendeva, ma che accumulava il tipo di storico che prima o poi fa perdere la Buy Box su tutto il catalogo. Non era un problema di prodotto: era il mestiere sbagliato applicato al canale.
Che differenza c’è fra vendere un marchio proprio e rivendere marchi di altri?
Sono due business unit diverse, con indicatori diversi e rischi diversi. Chi ha un marchio proprio possiede la scheda: registra il marchio, scrive i contenuti A+, costruisce il ranking con la pubblicità di marca. Chi rivende lavora su una scheda che non è sua e che condivide con altri venditori: l’unica leva vera è l’offerta.
| Marchio proprio | Retail (rivendita) | |
|---|---|---|
| La scheda | è tua: Registro marche, contenuti A+, Sponsored Brands | è condivisa: si lavora sull’offerta, non sulla pagina |
| Si vince con | contenuti, marca, recensioni, pubblicità che costruisce | prezzo, scorte, tempi di consegna, salute dell’account |
| La pubblicità | costruisce marca e ranking nel tempo | Sponsored Products solo dove tieni l’offerta in evidenza, altrimenti si spegne |
| I documenti | marchio registrato, protezione dagli abusi | approvazioni di marchi e categorie con fatture valide, lettere di autorizzazione |
| Il margine | largo, regge la pubblicità | sottile: si guadagna su volume e rotazione, ASIN per ASIN |
| Il rischio grosso | copie e dirottamento della scheda | reclami di autenticità e di proprietà intellettuale, che sospendono l’account |
| Gli indicatori del report | vendite, ACOS/TACOS, ranking, recensioni | quota di offerta in evidenza, margine netto per ASIN, giorni di copertura, ASIN soppressi, reclami |
Il cliente più interessante è quello misto: catalogo retail e, accanto, uno o due marchi propri. Sono due lavori che non vanno confusi nel report mensile.
Serve l’autorizzazione del marchio per rivendere su Amazon?
Nella maggior parte dei casi non serve un’autorizzazione del titolare del marchio per vendere un prodotto originale già a catalogo: serve poter dimostrare dove l’hai comprato. La richiesta che Amazon fa quando un marchio o una categoria è bloccata non è “mostrami il permesso”, è “mostrami la fattura”. La lettera di autorizzazione aiuta, soprattutto se compri direttamente dal brand, ma da sola quasi mai basta — e su quale fattura sia valida Amazon è molto più rigida di quanto si aspettino i negozi che arrivano dal canale fisico.
Quali fatture accetta Amazon per sbloccare un marchio o una categoria?
La fattura deve essere emessa dal produttore o da un distributore autorizzato e riportare in chiaro ragione sociale e contatti del fornitore, descrizione dei prodotti, quantità e data. Non vengono accettati: ricevute di negozio (fisico od online), conferme d’ordine, documenti di trasporto, ordini di vendita, preventivi e fatture proforma. Sono esattamente i documenti che un rivenditore ha in mano più spesso. I casi di fatture respinte e le risposte del supporto si leggono nei forum per venditori di Amazon, dove il motivo del rifiuto quasi sempre è uno di questi.
Due dettagli che fanno respingere le richieste e che vale la pena controllare prima di inviarle:
- La quantità minima in fattura cambia da marchio a marchio e da categoria a categoria. Non c’è un numero universale: i requisiti aggiornati compaiono dentro Seller Central nel momento in cui chiedi l’approvazione per quel marchio specifico.
- Il tuo fornitore deve essere a monte, non di lato. Un grossista che a sua volta ha comprato da un altro grossista non è un “distributore autorizzato”: è un passaggio in più che Amazon non riconosce. Nei casi peggiori la richiesta di approvazione diventa una verifica sulla filiera, con l’account sospeso nel frattempo.
Se un reclamo di autenticità è già arrivato, il percorso è diverso e più delicato: lo abbiamo raccontato passo per passo in come si risponde a un IP complaint su Amazon.
Cosa è cambiato nel 2026 per chi crea schede di marchi altrui?
Una cosa importante, e va detta con la precisione giusta perché gira in versioni confuse. Dal 1° giugno 2026, nello store statunitense, un venditore non può più creare nuovi ASIN per un marchio iscritto al Registro marche se il marchio non gli ha assegnato formalmente un ruolo di rivenditore. Lo riassume così la ricostruzione di EcomCrew sulle nuove regole di creazione degli ASIN: “vendors in the US store must hold a formally assigned reseller role through Amazon Brand Registry before they can create new ASINs”. My Amazon Guy, nella sua analisi del programma Brand Elevation, lo sintetizza nello stesso modo: “sellers generally cannot create new listings for branded products unless the brand or manufacturer has designated them as authorized resellers”.
Tre precisazioni, perché contano:
- Riguarda la creazione di schede nuove, non la vendita su schede già esistenti. Se l’ASIN c’è, ci si aggancia come sempre.
- Le fonti che la documentano parlano dello store statunitense: alla data di questo articolo non risulta un annuncio equivalente per Amazon.it, quindi chi vende solo in Italia non deve dare per scontato che valga anche qui. È però il tipo di regola che Amazon tende a estendere.
- Va nella direzione opposta a un’altra novità del 2026, la rimozione del filtro di idoneità del venditore dall’offerta in evidenza in Unione europea e Regno Unito, di cui abbiamo scritto nella guida su come vendere su Amazon: più facile comparire nell’offerta, più difficile creare la scheda.
Come si vince l’offerta in evidenza quando la scheda è condivisa?
L’offerta in evidenza — il riquadro con “Aggiungi al carrello” che Amazon chiama Featured Offer e che i venditori chiamano Buy Box — è il punto in cui si decide chi vende. Più venditori idonei si alternano sullo stesso ASIN, ma la rotazione non è equa: chi ha prezzo, disponibilità, tempi di consegna e metriche migliori la tiene più tempo.
I requisiti di base sono noti: account Professionale in regola, prodotto venduto come “Nuovo”, prezzo competitivo anche rispetto ai canali fuori da Amazon, e un tasso di difettosità degli ordini sotto l’1% — la soglia oltre la quale, come riassume la guida di Repricer alla Buy Box, l’idoneità si perde su tutto il catalogo non gestito da Amazon. Quel numero è la cosa che un account retail multimarca rompe più facilmente, perché centinaia di referenze gestite senza un presidio sul servizio producono feedback negativi, reclami A-to-Z e contestazioni di pagamento in quantità.
Tradotto in lavoro settimanale: si guarda la quota di offerta in evidenza ASIN per ASIN, non la media dell’account. Un ASIN che la perde non è sempre un problema di prezzo: a volte è la disponibilità, a volte il tempo di consegna dichiarato, a volte un reclamo aperto.
Perché la pubblicità funziona in modo diverso su un account retail?
Perché su una scheda condivisa la pubblicità non costruisce niente che resti a te. Se perdi l’offerta in evidenza, il clic che hai pagato porta il cliente su una pagina dove vende un altro: hai comprato traffico per un concorrente. Per questo su un account retail le campagne si accendono e si spengono seguendo la Buy Box, e non si lanciano Sponsored Brands sul marchio di qualcun altro.
Cambia anche la metrica: su un marchio proprio si ragiona su ACOS e TACOS nel tempo, su un account retail conta il ritorno immediato per ASIN, calcolato con il metodo di come si calcola il margine netto su Amazon ma referenza per referenza. Il quadro completo sulle campagne è nella guida ad Amazon Advertising.
Quanto margine resta davvero dopo le commissioni?
Meno di quanto dica il listino d’acquisto. Il piano Professionale costa 39 € al mese IVA esclusa (quello Individuale 0,99 € per articolo venduto) e sopra ci sono le commissioni per segnalazione: la maggior parte delle categorie sta fra l’8% e il 15%, con alcune che arrivano al 45%. Nell’abbigliamento, per fare un esempio preso dalla pagina prezzi ufficiale di Amazon, si va dal 5% per gli articoli fino a 15 € al 15% sopra i 20 €.
Su un marchio proprio con un margine industriale largo, una commissione del 15% è una voce di costo. Su una rivendita con un ricarico del 18-22%, la stessa commissione più la logistica e i resi azzera tutto. È il motivo per cui su un account retail il repricing non è “scendi finché prendi la Buy Box”: è “scendi fino alla soglia sotto la quale questa vendita non la vogliamo”. E se il conto lo fai con una SRL, al margine va sottratto anche quello che resta fuori dall’estratto Amazon: nel 2026 è cambiato il quadro sui contributi INPS sugli utili non distribuiti.
Se hai un account retail e non sai dirmi il margine netto dei tuoi primi 20 ASIN, quello è il primo lavoro da fare, prima di qualunque campagna. Prenota una call di 30 minuti con me e li guardiamo insieme.
Quali rischi chiudono un account retail?
Quasi sempre tre, nell’ordine in cui arrivano:
- Reclami di autenticità. Un cliente o un titolare di marchio segnala un prodotto come non originale. Amazon chiede le fatture; se la filiera non regge, l’inserzione viene rimossa e, se i casi si accumulano, l’account sospeso.
- Reclami di proprietà intellettuale su immagini, testi o uso del marchio nelle schede che hai creato tu. Succede spesso ai rivenditori che hanno caricato referenze di fretta copiando contenuti dal sito del produttore.
- Metriche di servizio che scendono sotto soglia su un catalogo troppo grande per il presidio che hai: ritardi, annullamenti, risposte oltre le 24 ore. Qui non c’è una singola segnalazione da battere, c’è un lavoro di igiene continuo.
Quando il blocco arriva, il tempo di reazione conta più della qualità del ricorso: le prime ore sono descritte in cosa fare se un listing viene bloccato e, nei casi di account intero, in account Amazon sospeso: cosa fare.
Si può avere un account misto, retail e marchio proprio?
Sì, ed è la situazione più comune fra i nostri interlocutori: il negozio multimarca che nel frattempo ha lanciato una linea sua. Le due parti si gestiscono con regole separate — Registro marche e contenuti sulla linea propria, repricing e Buy Box sul retail — e si misurano in due blocchi distinti del report. In alcuni casi conviene un secondo account sulla stessa partita IVA, ma è una scelta che si valuta con Amazon e non si improvvisa.
Quanto costa farsi gestire un account retail?
La struttura dei prezzi è diversa da quella del marchio proprio, proprio perché i margini sono più sottili. Come lavoriamo noi:
- Diagnosi iniziale gratuita sui primi 20 ASIN: quota di offerta in evidenza, ASIN soppressi, marchi e categorie bloccati, salute dell’account, margine netto dopo commissioni, logistica e resi.
- Intervento una tantum: sblocco di categorie e marchi (dossier fatture e lettere di autorizzazione), pulizia del catalogo (abbinamenti ASIN, offerte doppie, schede orfane), regole di repricing con margine minimo per ASIN, impostazione della logistica per fascia di prodotto.
- Gestione mensile: fisso basso più una percentuale sul venduto, perché un canone pieno da marchio proprio su margini retail non sta in piedi. Report mensile con gli indicatori della tabella qui sopra.
Il confronto con i costi di mercato di un’agenzia Amazon, con la distribuzione reale delle fee, è in quanto costa un’agenzia Amazon in Italia; cosa deve includere un servizio di gestione serio è in gestione account Amazon.
Domande frequenti
Posso vendere su Amazon un marchio che non è mio senza autorizzazione?
Se il prodotto è originale e la scheda esiste già, nella maggior parte dei casi sì: quello che Amazon ti chiede, se il marchio o la categoria è bloccata, non è un permesso ma una fattura d’acquisto emessa dal produttore o da un distributore autorizzato. La lettera di autorizzazione del titolare del marchio aiuta, ma da sola quasi mai basta.
Perché Amazon mi respinge la fattura del mio fornitore?
I motivi più frequenti sono tre: il documento non è una fattura ma una ricevuta, una conferma d’ordine o una proforma; il fornitore non è il produttore né un distributore autorizzato (un grossista che compra da un altro grossista non vale); la quantità in fattura è sotto il minimo richiesto per quel marchio o quella categoria, che cambia caso per caso e viene indicato dentro Seller Central.
Dal 2026 serve un ruolo di rivenditore assegnato dal marchio?
Per creare schede nuove di marchi iscritti al Registro marche sì, ma le fonti che documentano la regola parlano dello store statunitense dal 1° giugno 2026. Non risulta un annuncio equivalente per Amazon.it: chi vende in Italia non deve dare per scontato che valga anche qui, pur sapendo che è il tipo di regola che Amazon tende a estendere. Vendere su schede già esistenti non è toccato.
Quanto margine resta su una rivendita dopo le commissioni Amazon?
Dipende dalla categoria: la maggior parte delle commissioni per segnalazione sta fra l’8% e il 15%, con alcune categorie fino al 45%, più 39 € al mese di piano Professionale e i costi di logistica e resi. Su un ricarico da rivendita del 18-22% questo significa che una parte degli ASIN va venduta sopra una soglia di prezzo precisa, altrimenti la vendita è in perdita.
Conviene fare pubblicità su prodotti di marchi altrui?
Solo dove tieni l’offerta in evidenza. Se la perdi, il clic che hai pagato porta il cliente su una scheda dove vende un altro venditore: stai comprando traffico per un concorrente. Per questo su un account retail le campagne seguono la Buy Box e si spengono quando la Buy Box non c’è.
Posso gestire nello stesso account un marchio mio e la rivendita?
Sì, ed è il caso più comune fra negozi e distributori che hanno lanciato una linea propria. Le due parti si gestiscono con regole diverse e si misurano separatamente nel report. In alcune situazioni conviene un secondo account sulla stessa partita IVA, ma è una scelta da valutare con Amazon, non da improvvisare.
Articolo di Mario Napoli, founder di Spinta eCommerce — agenzia italiana specializzata nella gestione di account Amazon.
Hai un catalogo multimarca su Amazon e non sai se stai guadagnando su tutte le referenze? In Spinta eCommerce abbiamo una divisione dedicata agli account retail, separata da quella che lavora sui marchi propri, proprio perché sono due mestieri diversi. Prenota una call di 30 minuti con me: guardiamo i tuoi primi 20 ASIN, la quota di offerta in evidenza e il margine netto dopo commissioni, e ti dico da dove partirei. Se preferisci scrivere, mi trovi su WhatsApp.


